Quando le neuroscienze sposano la tecnologia

In un mondo in cui la tecnologia fa parte della nostra quotidianità, anche la medicina ed in particolar modo le neuroscienze l’adoperano. La neurotecnologia, come spiega Wikipedia, si basa su di una tecnologia che influenza il modo in cui le persone comprendono il cervello. Ma anche le varie sfaccettature di coscienza e pensiero.
Rendere accessibili le scoperte scientifiche ottenute in laboratorio e sviluppare dispositivi tecnologici ed innovativi, utili alla riabilitazione delle patologie neurologiche è alla base del lavoro di un gruppo di ricercatori dell’Università di Palermo.
Nel dicembre del 2018 nasce Restorative Neurotechnologies. Una start-up innovativa che basa la sua mission sul processo di industrializzazione e sul trasferimento tecnologico a livello neuroscientifico.
Questa start-up nasce grazie a Neuroteam, la società spin off dell’Università di Palermo e da una donazione da 110 mila euro da SocialFare Seed. Nel 2020 quest’ultima con l’aiuto di Cassa Depositi e Prestiti Venture Capital SGR, Italian Angels for Growth ed investitori privati, hanno chiuso con Restorative Neurotechnologies un investimento da 1 milione di euro.
Wearable device per la riabilitazione neuroscientifica
Vincitrice dell’EIT Health Headstart 2019, la Restorative Neurotechnologies ha ideato, sviluppato e presentato MindLenses Professional. Si tratta di un dispositivo integrato composto da un wearable device che influenza l’attività cerebrale attraverso il potenziamento delle funzioni cognitive (attenzione, memoria, linguaggio). Ovvero, degli occhiali con delle lenti prismatiche che aiutano a stimolare in modo selettivo alcune aree del cervello senza dover ricorrere a pratiche chirurgiche invasive o correnti elettriche o magnetiche. Per quanto riguarda il funzionamento, si basa sulla neuromodulazione non invasiva.
Un paio di occhiali, utilizzati nell’uso comune per la correzione della vista, rimodulati ed adoperati nelle neuroscienze. Queste lenti prismatiche consentono la selezione dell’emisfero del cervello che deve ricevere la stimolazione cerebrale non invasiva. Ciò comporterà l’aumento dell’eccitabilità corticale di un emisfero ipoattivo o, in alternativa, attenuando quella di un emisfero iperattivo. L’utilizzo delle MindLenses Professional consentirà svariate possibilità di intervenire in modo clinico-terapeutico.
Come si evince dallo studio portato avanti dal team, lo scopo è la neuroriabilitazione di malattie neurologiche, neurodegenerative e del neurosviluppo: come ictus, Alzheimer, Disturbi Specifici dell’Apprendimento e disturbo da deficit di attenzione iperattività.
La spiegazione del CEO
Durante una intervista Massimiliano Oliveri, neuroscienziato specializzato ad Harvard e CEO di Restorative Neurotechnologies, ha spiegato come nasce l’idea e come funzionano questi speciali occhiali.
«Se indossiamo degli occhiali con lenti prismatiche, cioè lenti che deviano il campo visivo verso destra o verso sinistra, gli oggetti non vengono percepiti nella reale posizione, ma spostati. Abbiamo scoperto che questo errore viene rilevato dal cervello, che poi mette in atto dei meccanismi di compensazione. Dopo poche prove il soggetto si adatta e non commette più l’errore. Questo processo porta ad attivare delle specifiche aree cerebrali e a potenziarne la plasticità.
Abbiamo, quindi, provato a verificare se ciò si traduceva in un beneficio per i pazienti con patologie neurologiche, o condizioni meno gravi come le dislessie: se si aveva, cioè, un beneficio cognitivo. Abbiamo riscontrato, ad esempio, miglioramenti dei disturbi spaziali e del linguaggio nei pazienti con ictus. Mentre i bambini con dislessia e difficoltà di lettura potevano diventare più veloci a leggere. Ma migliorava anche chi soffre di deficit di attenzione».
La ricerca
Il risultato dell’utilizzo di questi occhiali riadattati per le neuroscienze, si ottiene grazie alla rotazione delle lenti in modo da potenziare l’attivazione delle aree del cervello che sono coinvolte nel disturbo. Grazie ad una specifica inclinazione delle lenti e ad attraverso un software di esercizi da svolgere con il device si ottiene il beneficio clinico sperato. Esercizi che lo stesso team ha sviluppato grazie ai programmatori e ha definito “serious games”.