Non dipingo sul cavalletto. Preferisco fissare le tele sul muro o sul pavimento. Ho bisogno dell’opposizione che mi dà una superficie dura. Sul pavimento mi trovo più a mio agio. Mi sento più vicino al dipinto, quasi come fossi parte di lui, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorarci da tutti e quattro i lati ed essere letteralmente “dentro” al dipinto.  Questo modo di procedere è simile a quello dei “Sand painters” Indiani dell’ovest.
(Jackson Pollock)
Lo scenario politico attuale (ma in realtà da quaranta anni) è un altro straordinario esempio di quanto i concetti espressi sulla difficoltà della comunicazione siano corretti.

Non c’è dubbio: è l’incapacità a trovare l’intesa piuttosto che il conflitto vero e proprio ciò che crea i problemi di relazione.
Il conflitto, spesso inconsapevolmente, si ricerca, si progetta attraverso la propria incompetenza comunicativa.
Le persone, quando comunicano in situazione emotivamente alterata, si «fissano» sulla certezza della loro posizione e sulla bontà dei loro argomenti, convincendosi di avere ragione.

E quando uno crede di aver ragione, anche se è intelligente, non c’è modo di farlo ragionare e la discussione è una percussione tesa al convincimento dell’altro.

Questo, ovviamente, in una «logica» dove qualcuno deve perdere.

Non c’è sospensione, non c’è dialogo, inteso come confronto tra le diverse assunzioni della realtà, come esplicazione accettata di sensazioni e sentimenti per la costruzione di un terreno comune, come condivisione interpretativa.
Comunicare vuol dire: «Io dico qualcosa a te in questo contesto e tu fai lo stesso con me, proviamo a essere generativi di qualcosa che non c’è ed è migliore di adesso”.

Sono quattro parti (io, l’altro, il contenuto, il contesto) che si modificano costantemente e sono infinite le combinazioni possibili se la comunicazione è aperta e, appunto, generativa.
Bateson ricordava un aspetto fondamentale: che ciò che è detto acquista senso con riferimento al contesto cui appartiene.

Questo significa moltissimo: che le cose che facciamo o diciamo non sono interpretabili in sé, ma dipendono dal momento, dal luogo, dalla cultura in cui si manifestano.  Quanto è chiaro a tutti questo?

Ci sono soggetti totalmente dipendenti dal loro modo di comunicare: sempre uguale! È l’incapacità di trovare la pertinenza. Quella particolare abilità sociale che consiste nel modellare un senso utile. Chi ci riesce è colui che prima di tutto ha capito una legge logica fondamentale: la comunicazione non è uno strumento per rispecchiare la realtà esterna, bensì per crearla.

È il nostro comportamento comunicativo che determina ciò che accadrà.

Per capire quest’affermazione dobbiamo però ricordare un altro fondamentale postulato batesiano, ossia che i livelli di significato sono organizzati gerarchicamente: contenutistico e relazionale. Contenuto è ciò che diciamo, relazione è che tipo di percezione abbiamo e/o sviluppiamo.

Il livello di relazione diventa il contesto in cui interpretare quelle di contenuto.
Questo è un altro punto fondamentale.  Vuol dire che il contenuto non conta. O meglio il contenuto viene «interpretato» dalla relazione, che quindi è determinante.

Il grande paradosso avviene quando il livello significativo contenutistico e quello relazionale sono confusi.

Un buon contenuto, se si incrive all’interno di una cattiva relazione, diventa, inevitabilmente, un cattivo contenuto.

Tanto più quanto più il contesto oggettivo può essere di contrasto. È da questa fondamentale considerazione che si può partire per cercare di capire meglio la patologia della comunicazione.
Poi nella pratica tutto diventa intrecciato, ma parte da questo punto, lo ripeto: la comunicazione non rispecchia la realtà (per cui si pensa che qualcuno la possegga di più) ma la crea.

Einstein diceva di fare attenzione a come s’interpreta il mondo perché poi il mondo è come s’interpreta.

È la convinzione di aver ragione, di aver capito di più, che rende difficile l’intesa.
Bisognerebbe iniziare a pensare alla comunicazione come una conversazione che si crea durante l’incontro e non che s’impone qualcosa, in cui la responsabilità di quel che accade è di coloro che interagiscono.

Se parlare, produce peggioramento relazionale forse il massimo di competenza comunicativa che si può esprimere è stare in silenzio.

Alcuni contingentemente, altri sempre.

Ovviamente queste considerazioni valgono ipotizzando che gli interlocutori abbiano contenuto di valore da esprimere.

Nello scenario politico è difficile che ci sia valore. Esso è teso a presidiare lo status quo che garantisce il potere.